Giorgio Soavi (C'era un Ligure Olandese) 2004 

 Ogni volta che scendo da Montemarcello a Sarzana lo vado sempre a trovare. La prima volta che entrai nel suo studio era la metà di settembre del 2003. Lo ricordo come fosse ora. Non mi presentai nemmeno, entrai e basta. Rimasi colpito e attratto da un dipinto su fondo chiaro, appoggiato su un alto soppalco di ferro. Rappresentava un insetto alato, dipinto con perizia maniacale. Non avevo mai visto una cosa del genere. Gli domandai il prezzo e lui mi disse che quel dipinto non era in vendita. Allora mi presentai con la speranza che il mio vecchio nome avesse potuto lavorare un pochino. Purtroppo o per fortuna lui sapeva già chi fossi. Sorridendo disse che aveva letto qualcosa di mio e che gli era piaciuto, ma il dipinto non era in vendita. Iniziai a guardarmi intorno e mi resi conto che non c'era soltanto quell'opera. Mi trovavo in una camera delle meraviglie. Rappresentazioni al limite del paradosso. Animali stranianti e privi di una collocazione zoomorfa, ibridi assemblaggi biomeccanici, agglomerati di bottiglie di vetro dipinte come un olandese del 1600. Cassettoni di massello umidi e ammuffiti con sopra tovaglie sdrucite, ricamate e unte. Frutta legata con spago e ortaggi inchiodati al tavolo di legno, costretti ad assumere pose feticiste. Insetti immobili in recipienti colmi di formaldeide. Foglietti di carta stropicciati e minuziosamente appiccicati sopra altri fogli. Scritte a volte grandi e a volte piccolissime che indicano il percorso per la lettura dell'opera, e posizionate su elementi decontestualizzati. Alzai lo sguardo e vidi altri quadri, addirittura inchiodati al soffitto. E centinaia di studi, fotografie, disegni e brevi descrizioni per video e installazioni da realizzare. Sembrava di essere in un altro mondo. Ogni centimetro quadrato era occupato da una sua opera. Sopra una sedia di legno antico c'era un dipinto molto simile a quello che suscitò la mia attenzione all'inizio. Stesse dimensioni, stessi colori e stesso soggetto. Mi avvicinai per osservarlo meglio e rimasi senza parole. Era lo stesso dipinto. Speculare. Dipinto magistralmente. E' in vendita? Lui disse di sì. Non sapevo se ridere o che cosa. Gli chiesi il perché quel dipinto sì e l'altro no, dato che nessun occhio avrebbe notato le differenze. Non mi rispose. Allora lasciai perdere la cosa e mi concentrai sull'acquisto chiedendo quanto mi sarebbe costato. Cinque euro. Pensavo mi prendesse in giro. Ripetei la domanda. E di nuovo, cinque euro. Non sapevo che cosa dire. Gli domandai se gli sarebbe piaciuto fare una bella mostra a Milano presentata da me. Avremmo fatto entrambi una bellissima figura. Lui, con tutto il rispetto, mi disse di no. Sosteneva che fare una bella mostra a Milano gli avrebbe portato un po' di denaro subito e basta. E a lui non interessava. Iniziai a ridere e tirai fuori i cinque euro dal portafogli. Prima di andarmene volevo sapere il perché di quella cifra ridicola. E la sua risposta fu il movente di questa breve lettera e testimonianza. Disse che aveva intuito fin da subito la mia attrazione nei confronti di quell'opera, e che mi aveva notato spesso fermo a contemplarla davanti alla vetrata del suo studio. E questo gli bastava. Mi fece riporre il secondo dipinto sulla sedia di legno antico, e portai a casa quello che vidi la prima volta appoggiato sul soppalco alto di ferro. Ci rivedremo sicuramente. Grazie Virgilio.


Franco Basile (Meccanica del sogno) 2006 

"….Virgilio scrive alla vita attraverso fantasie che si richiamano ora alla soggettività' che Duchamp esponeva dietro un vetro, o su una "Slitta contenente un mulino ad acqua in metalli affini", ora alla pittura "Macchinistica di Picabia", a quelle macchine "alle quali l'uomo ha dato tutto tranne il pensiero…."

"….Chi cerca trova, suggerisce Virgilio a chi osserva un suo lavoro incentrato su un frigorifero. Racconti, evocazioni, Einstein che sorride sotto i baffi, il volto dello scienziato inserito in un dipinto dove troneggia un caco-mobile, palle di vetro, Leslie Howard in un giornale del 1936 assieme ad una fanciulla. Tra intenzioni ironico-critiche e spaesamenti, tra significati esoterici, anagrammi e sigle enigmatiche, le immagini di Virgilio racchiudono idee decontestualizzate da implicazioni codificate, ma sono anche una risposta a quella realtà' che chiede pedissequamente generalità' e documenti poggiando su ferraglie del pensiero più' o meno organizzato…." (Testo completo solo su catalogo)


Philippe Daverio (In occasione del 57° Premio Michetti - Laboratorio Italia) 2007

a cura di Philippe Daverio

Vallecchi,2006. (Testo completo solo su catalogo)


Alberto Agazzani (Contemplazioni) 2009

a cura di Alberto Agazzani

Christian Maretti,2009. (Testo completo solo su catalogo)


Alberto Agazzani (Altre contemplazioni) 2009

a cura di Alberto Agazzani

L.I.B.R.A, 2010. (Testo completo solo su catalogo)


Daniela Del Moro (Nella struttura della Visione) 2009

"….Virgilio opera un ulteriore e risolutivo passo avanti nella filosofia del suo pensiero dell'arte: le parole, i suoi "titoli" diventano sostanza delle immagini, del suo spazio visivo, per cui se l'immagine è in contrapposizione all'idea di materia, allora essa stessa deve diventare materia: rivoluzionaria strategia concettuale di superamento della dicotomia "sostanza-immagine", "parola-oggetto".

Nascono così i due nuovo grandi lavori su tavola, "Il conservamandarini del cardinale concettuale" e "Il cugino vanitoso di Giovanni dalle bande nere" per sorprendere nella nuova dimensione tridimensionale oggettuale: perfettamente reali nel loro nuovo e tangibile protagonismo, ecco allora che l'oggetto dipinto Conservamandarini si materializza come oggetto-scultura realizzata in vetro, ferro, mandarini, formaldeide e filo di rame, ed ugualmente per il "Cercafrasi" - che il cugino vanitoso nemmeno si accorge di avere al suo fianco - arriva il momento del superamento del limite visivo, realizzato anch'esso in vetro, ferro, legno, valvola e filo di rame, queste due opere-installazione superano brillantemente sia l'empasse sostanza immagine, sia il concetto spazio-tempo, presentandosi come interpreti consapevoli di una nuova e rinnovata soggettività'…."

"….l'enigma caro a Nietzsche. Eppure Virgilio non fa riferimento ad un mondo iperuranio delle idee, ma lavora intorno alle cose così come si vedono, e che sono (se viste sotto diverse angolature), la vera fonte del mistero e dell'enigma. Quindi non c'è bisogno di scomodare lo spirituale  e nemmeno un'idea del sogno o dell'irreale, in poche parole il suo enigma metafisico, quel suo concetto di sostanza, si nasconde in qualsiasi composizione od evento come rivalutazione di una straordinaria arte del pensiero e della memoria…." (Testo completo solo su catalogo)


Stefano Avallone (Adonais) (Il Rumore dipende dall'origine) 2012

"….Nulla sfugge alla forza esorcizzante della sua autoanalisi e della sua dissacrante ironia nei confronti della società' moderna e contemporanea, che attraverso l'espressione artistica ha il potere di reintegrare le nostre innumerevoli ombre…."

"….Virgilio profetizza paradossalmente l'ovvia avvenuta dell'era mediatica già' preannunciata da McLuhan, ironizzando sulla possibile santificazione del medesimo attraverso un gioco temporale di forma e contenuto…."

"….Cio' che Virgilio va affermando nel gioco autoironico delle sue creazioni è una profonda analisi dei paradossi individuali, etico sociali, eco-ambientali ed eco-antropologici della società' moderna e della storia globale…." (Testo completo solo su catalogo)


Elisa Bartalini (Oltre lo Sguardo) 2013

Virgilio Rospigliosi elegge la pittura a medium per celebrare il solenne requiem della società dei consumi con i simboli e le icone che essa produce, deprivandoli dell’aura. 

È una pittura che si traveste d’antico per affondare come un coltello nella realtà attuale. La pennellata si fa miele per rendere meno amaro il messaggio medicamentoso. Ravviva la nostra percezione plasmando sapientemente il linguaggio rassicurante e condiviso della tradizione figurativa con elementi perturbanti, memori della retorica del codice della pubblicità, o della lezione oggettuale di Duchamp. 

Composizioni concettuali, quindi, divertissements di immagini e parole, che generano straniamento. Spezzano, complicano l’unicità della visione per smascherare l’ambiguità del reale, in cui è difficile discernere tra verità e finzione. 

Così la natura morta diventa il correlativo oggettivo di una società impagliata, che è solo simulacro di vita. 

La figura umana, costretta nella posa, lotta con una forma che la insidia, nel tentativo di districarsi dalle maschere artificiali fabbricate dal mercato, che riduce ogni ambito dell’esperienza dell’individuo a merce, a materiale riproducibile e consumabile. 

In quest’allucinazione estetica della realtà, l’arte è ovunque perché l’artificio è al centro della vita stessa. I fenomeni artistici tendono sempre più alla divulgazione e alla moltiplicazione a discapito dell’originalità. E le contraddizioni si annullano, si condensano nell’ossimoro del multiplo unico, che uccide l’originale e al contempo lo sublima nella sua ripetizione, superando l’impasse tra verità e inganno. 


Umberto Eco (L'istinto Ragionato) 2013  - Link Intervista completa -

La societa' contemporanea è quotidianamente travolta dallo stress da prestazione. I tempi di lavoro si accelerano, rischiando di indebolire o distruggere le idee prima ancora che queste possano prendere forma. Mettiamoci dentro tutte le informazioni, che attraverso i Media ormai viaggiano alla velocità della luce. E il gioco è fatto. L'uomo si ritrova smarrito, innervosito e privato, suo malgrado, della pazienza necessaria all'atto creativo. Quindi mi viene da pensare che se l'arte è sempre espressione della società che la produce, allora siamo proprio messi male. Per fortuna di tanto in tanto si incontrano artisti alquanto singolari, che rappresentano il tempo in cui vivono, senza dimenticare la storia dalla quale provengono. Come sospesi tra passato e futuro. Uno di questi è Virgilio Rospigliosi. Durante l'estate scorsa, ho avuto il piacere di approfondire il suo interessante percorso artistico. Quindi mi sono proposto per qualche domanda specifica e diretta.

(Continua…)


Alessandro Riva (Le strane annunciazioni di Virgilio Rospigliosi) 2013

L’iconografia è fondamentalmente classica. Il bambin Gesù appare come nelle più tradizionali delle raffigurazioni religiose. Con una leggera differenza: anziché trovarsi nella mangiatoia col bue e l’asinello, si trova in piedi (e in bilico) su un orinatoio. Già, proprio lui: l’orinatoio, debitamente firmato “R. Mutt”, al quale tutti i testi di storia dell’arte riconducono, di fatto, l’inizio della storia dell’arte contemporanea. Ma questa non è che la prima di una serie di singolari “Annunciazioni”: come quella che raffigura la Madonna in preghiera, nell’atto di ricevere l’annuncio del concepimento, come appare in molti quadri rinascimentali. Solo che, al posto dell’Arcangelo Gabriele, c’è il solito orinatoio. L’autore è Virgilio Rospigliosi, artista concettuale sui generis (ma lui preferisce chiamarsi un “illusionista”), fuori dai giri classici del contemporaneo più à la page, amato però (non a caso) da Philippe Daverio, col quale ha collaborato in diverse occasioni, oltre che da intellettuali e critici fuori dagli schemi come il compianto Giorgio Soavi e persino l’imprendibile Umberto Eco. 

Ma cosa sono queste “Annunciazioni”? Delle semplici provocazioni? Dei giochi allegorici, perfettamente in linea con il linguaggio del concettuale ironico, del quale Rospigliosi potrebbe a buon diritto definirsi uno dei tanti figli e figliocci più o meno illegittimi? “Ho realizzato più d’una Annunciazione”, spiega l’artista. “E in tutte il messaggio è lo stesso. Anche le più estreme rappresentazioni artistiche e i più estremi tentativi che ci propone l’arte contemporanea sono direttamente riconducibili a operazioni concettuali partite, e spesso rimaste ferme, a Duchamp. La frattura, il cambiamento sul modo di pensare e di praticare l’arte si sono attivati a partire da lui. Io ho creato una conversione metaforica: al posto della genesi del Cristianesimo, ho raffigurato la genesi dell’arte contemporanea. L’icona del Cristianesimo che prega l’opera shock e rivoluzionaria, l’orinatoio; il paesaggio primitivo e desertico che li circonda accentua la relazione tra i soggetti principali. È una presa di coscienza della grandezza di un’opera che ha condizionato tutto il 900 fino ad oggi”. Eppure, l’opera, nella sua carica ironica, sembra voler mettere a nudo anche un’altra questione, un vero e proprio cancro dell’arte contemporanea: l’eterna santificazione e acclamazione dell’ultima ideuzza provocatoria, dello sberleffo fine a se stesso, diventato lo specchietto per le allodole di un sistema autoreferenziale e in perenne ricerca di “novità” anticonformiste e sempre più “scioccanti” con cui coprire il deserto – culturale e ideale – che caratterizza buona parte del lavoro degli artisti osannati dal sistema oggi. Sì”, conferma l’artista. “Il problema dell’arte di oggi è proprio quello di prendersi troppo sul serio. Oggi è più facile trovare l’arte nella pubblicità o sui media che nelle gallerie d’arte”. Parola di artista concettuale sui generis. Anzi, di illusionista.






Home Paintings Holy Art Sculptures Abstractworks Photography Videoart Biography Texts Exibitions Contacts

V I R G I L I O   R O S P I G L I O S I

C O N T E M P O R A R Y   A R T I S T